Lo sport ti può guarire
Giorgio Di Centa: “Chi conosce la mia storia sa che è vero: ho iniziato a sciare perchè soffrivo d’asma ed un anno fa sono arrivato all’oro olimpico.”
Quel sorriso è un marchio di fabbrica. Dovrebbero brevettarlo i Di Centa di Paluzza, in provincia di Udine.
Prima Manuela, regina di Lillehammer, Olimpiadi norvegesi di gloria italiana, spazzolate via da quello sguardo radioso e da un manipolo di mediterranei che compirono un sacrilegio mai più vendicato; adesso il fratellino Giorgio, re incontrastato degli sci stretti a cinque cerchi che a Torino ha spento in gola il desiderio scandinavo di riprendersi il mal tolto: prima l’oro dell’altruismo, quello con gli amici (in staffetta, per intenderci) e dopo soli sette giorni l’oro dell’egoismo, nella 50 chilometri, la madre di tutte le gare di sci di fondo.
“È stato un sogno, o forse qualcosa di più, che ha radici nel quotidiano, perché vedi”, e a questo punto il suo dito indice si alza, “qui da noi servono motivazioni profonde e intense e, lasciamelo dire, tanta tanta passione». Questa è gente non comune, che per vincere una dieci chilometri a skating e dare un senso a una carriera, ne fa 10.000 in una stagione, in giro per ghiacciai mentre gli altri giocano col frisbee in riva al mare. «Inevitabilmente questo sport ti plasma: è un lavoro che ti entra nelle ossa, che ti forgia il carattere e, anche quando scendi dagli sci, in qualche modo resti sempre un fondista”.
Chissà cosa sarebbe stato il cittadino italiano Di Centa Giorgio se non fosse stato un azzurro del fondo. “Certamente non sarei lo stesso, perché questa disciplina mi ha insegnato la disciplina…”.
Sorride, come solo lui sa fare, con quei due buchi con l’oro olimpico intorno appesi al collo. “La verità è che se hai fatto sport intensamente, credo nella vita di tutti i giorni tu abbia una marcia in più rispetto agli altri”. I nostri padri dice che aiuti a superare le difficoltà anche fuor E pensare che dovrebbe essere una materie scolastica: lo sport, non la ginnastica.
“E poi c’è una analogia con la vita” e di nuovo parte quel sorriso che sai preludere a qualcosa di importante.
“È come una 50 chilometri, non devi partire a tutta, ma aspettare di essere vicino al traguardo, prima di aprire il gas”. La cosa si fa complicata. “Guarda me, per esempio, lo da piccolo ho fatto sport perché soffrivo di asma, non riuscivo a respirare e ancora adesso se non fosse PE quel marchingegno dello Spirotiger soffrir come una bestia. E invece, alla faccia delle difficoltà eccomi qui, campione olimpico”.
Qualche pensiero di abbandono ci sarà pur stato, accidenti… “Certo una decina di anni fa, quando le cose non andavano bene, ma poi ho tenuto duro, anche grazie a Manuela che mi ha sempre spronato”. Già: per il fratellino Giorgio, il piccolo di casa, il cocce non sarà stato facile vivere nell’ambiente con un cognome così ingombrante. “Forse all’inizio, ma poi ci si abitua e anzi, nel mie caso, la figura di una sorella maggiore così importante mi è stata di aiuto e stimolo”.
Anche nella vita privata? “Si certo, anche se abbiamo due caratteri un po’ differenti. Ma ci vogliamo bene e spesso ci cerchiamo: da lei ho solo ricevuto grandi aiuti”. Altro che fratelli/coltelli, parenti/serpenti o quei stur luoghi comuni che spesso si sentono in mei ai rapporti familiari. Sarà stata la condivisi (della sofferenza fisica: lui con quell’asma bronchiale che non lo ha mai abbandonate lei con il Morbo di Basedaw che attacca ogni momento la sua tiroide. In tutto hanno un decina di medaglie olimpiche appese ai muri di casa, alla faccia di qualsiasi medico di campagna che avrebbe sconsigliato la pratica sportiva a due piccoli malati come loro.
Forse è proprio questo che li unisce: “Pensa che anche adesso che ha lasciato il CIO e che si è trasferita a Roma, immersa nella politica spesso ci sentiamo e lei vuole sapere che tempi di neve ho trovato e che sciolina ho usato per l’allenamento”, tra una seduta e l’alta del Parlamento, aggiungiamo noi.
articolo a cura di Brena.info, da Sportlife Anno II numero 1 gennaio/febbraio 2007
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